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Beauty Mania

Annullare un impegno all’ultimo perché ci si sente troppo brutte per uscire dalla propria stanza. Distrarsi e perdersi nel confronto automatico tra il tuo corpo e quello di altre donne, anche sconosciute. Rinunciare al mare o andarci pagando pegno con preoccupazioni e disagi. Non legarsi i capelli perché non si crede di avere il viso adatto. Andare a dormire presto per poter saltare la cena.

Non me lo posso permettere, non sono abbastanza magra, la mia pelle non è abbastanza chiara, i miei capelli non sono abbastanza lisci. Come sta apparendo il mio corpo agli altri? Devo depilarmi. Devo essere “presentabile”. Se poi succede qualcosa?

Quella ragazza è cosi coraggiosa ad uscire così, io non potrei mai. Quanto spesso pensi al tuo corpo? Quanto spesso ti reputi inadatta? 

Iniziare a vedersi dall’esterno, interiorizzare la lente dello spettatore. Giudicarsi costantemente, pensare in fondo che il proprio aspetto è ciò che costituisce il proprio valore.

Non passare di proposito davanti agli specchi. La fobia delle foto fatte da altre persone. “Sono enorme”.  

“Le ragazze di oggi si trovano di fronte ad una sconcertante serie di contraddizioni. Non vogliono essere delle Barbie, ma sentono di dovervi assomigliare.”

Ho finalmente finito di leggere “Beauty Mania”, di Renee Engeln, che analizza l’impatto allarmante che l’ossessione per i canoni di bellezza eurocentrici e oppressivi. Le conseguenze della “malattia della bellezza” e della strettamente collegata auto oggettificazione sono sistematicamente sottovalutate e svalutate.

“When you’re a woman, it’s like your body is everything, your body is the first thing people notice and talk about, it’s the first thing people gossip about, it’s the first thing people point out about women.”

Nel libro si parla di salute fisica, mentale, delle proprie ambizioni, del carico economico, dello specchio interiorizzato, di disturbi alimentari e depressione, dello spreco di tempo ed energie mentali, dei danni ai processi cognitivi. 

A studi e ricerche scientifiche vengono affiancate interviste condotte dall’autrice a donne e ragazze che raccontano la propria esperienza, dei limiti autoimposti, dell’emancipazione dalle “imposizioni culturali che alimentano desideri e atteggiamenti distruttivi”.

<<Le donne si ammalano di bellezza quando la loro energia emotiva si concentra così tanto su ciò che vedono guardandosi allo specchio da rischiare di cancellare gli altri aspetti delle loro vite. È un processo che comincia molto presto, non appena alle bambine viene insegnato che la principale valuta di scambio femminile è risultare piacevoli agli occhi del prossimo.Se ne parla soprattutto in rapporto alla giovinezza, eppure è un malessere che riguarda ogni fascia di età, che non si supera crescendo, ma con impegno e perseveranza.>>

La prima testimonianza presentata è quella di una ragazza di 17 anni. Si racconta parlando della magrezza come un obiettivo da raggiungere per stare bene in tutti gli aspetti della propria vita che, nel suo caso, viene presentata come già positiva sotto molti punti di vista. << Vado bene a scuola, ho ottimi amici, voglio intraprendere una carriera in ambito scientifico ma alla fine il fatto di non essere magra rovina tutto >>.

 Per approfondire questo punto, l’autrice racconta di una delle sue prime ricerche di dottorato, basata sulle risposte di un centinaio di studentesse alla domanda “in che modo cambierebbe la vostra vita se assomigliasse alla donna ideale in base ai standard della nostra società?”.

La maggior parte delle donne ha risposto che sarebbe stata trattata meglio degli altri, avrebbe sfruttato la possibilità di concentrarsi sulle proprie capacità e sui propri talenti, sarebbe stata felice.

 Molte donne sono convinte che il proprio aspetto sia un enorme ostacolo e che l’unico modo per migliorare la situazione sia cambiarlo, adattandolo a quelli che sono i canoni imposti.  Non ha senso criticare e colpevolizzare le donne perché desiderano qualcosa che viene rappresentata come effettiva chiave di felicità.  D’altronde basta pensare alla classica pubblicità (o post di Instagram) che raffigura il “prima e dopo” di una dieta.

<< La nostra cultura subisce una perdita enorme quando un intero gruppo di cittadini passa talmente tanto tempo a chiedersi se è abbastanza attraente da non apportare il cambiamento che desidera vedere nella società, consegnandola immutata alla generazione successiva. L’ossessione per l’aspetto fisico avvicina le donne allo specchio e le allontana da un mondo in cui potrebbero far fruttare le loro passioni e i loro sforzi. Se le donne investissero nel mondo esterno le energie e le attenzioni che dedicano all’aspetto, come cambierebbero le vite? >>

La lettura di “Beauty Mania” è stata un’esperienza stimolante, fonte di critica e autocritica verso un tipo di oppressione che inficia la qualità di vita delle donne più di quanto si creda. Il libro non giudica o colpevolizza le donne che rincorrono l’estetica dominante ma non ne banalizza le conseguenze.

Non liquida una questione così complessa con l’intramontabile “ognuno fa quello che vuole, è una libera scelta”. Può essere sfruttato come strumento di consapevolezza per gestire e affrontare dinamiche culturali che esulano dalla dimensione individuale e investono tutte le donne, assumendo forme diverse e maggiormente opprimenti a seconda del singolo contesto.

Non possiamo vincere, cambiamo le regole del gioco.

Consiglio anche la visione di questa conferenza dell’autrice.

Instagram: Ch_woods

Twitter: Chiara Suriani

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