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Depilazione e dintorni

Il mio primo approccio al femminismo fu, ovviamente, di stampo liberale e mainstream, non per scelta ma perché viene presentato come unica via esistente. Il concetto di pluralità di femminismi è ancora in gran parte sconosciuta, tanto più quando sono entrata io in questo mondo, anni fa.

Nel momento in cui ti approcci al femminismo molto probabilmente non hai neanche idea di cosa voglia dire “liberale”. Sai solo che quei quattro slogan ripetuti a loop ti sembrano sensati e comunque vengono urlati da tutti “i buoni”, quindi saranno veri.

Dopo gli slogan vuoti? Rimane l’oppressione, ed è insinuosa, interiorizzata e normalizzata al punto da non riuscire a delimitarne i limiti ed imparare a combatterla.

A me qualcosa di quelle solite parole che sentivo ripetere, stonava.

<<La depilazione è una libera scelta, decidi tu se farlo o meno!>>

Giusto, ma tutte le donne che vedevo erano ancora perfettamente glabre e le conseguenze sociali che spettano di diritto a chi osa non combattere con le strisce depilatorie erano ancora tutte lì, non era cambiato nulla, io stessa mi continuavo a depilare, però caspita era una mia scelta. Certo, la prospettiva di andare al mare con i peli sulle gambe mi faceva ancora sentire parecchio a disagio e nessuno mi aveva spiegato perché mi sentivo così, avevo tutto a un tratto il potere apparente di decidere cosa fare, ma nessuno mi aveva dato i mezzi per capire e gestire le conseguenze negative del fare la scelta impopolare e strana, ma non importa: bastava chiudere tutto dichiarando la propria liberissima scelta e negando qualsivoglia influenza o legame con la società dove abbiamo vissuto tutte per anni, la stessa che ci ha sempre insegnato che poche cose sono rivoltanti come una femmina che cammina per strada con i propri peli scoperti, come se fosse una cosa accettabile.

“Lo faccio per me”.

Lo stesso principio si applica ai vari ‘truccati solo se vuoi, vestiti cosi solo se vuoi, fatti sanguinare i piedi con tacchi da 15 cm solo se vuoi!’.

Ho iniziato a riflettere e ad osservare i doppi standard tra uomini e donne, erano così palesi. Mi chiedevo come avessi fatto ad ignorarli prima e perché mi sentissi male al pensiero di avere peli.

Perché dovevo sentirmi così solo per essere nata donna?

Perché dovevo spendere tempo, soldi, dolore per alterare lo stato sano e naturale del mio corpo?

Perché non potevo vivere senza preoccuparmi costantemente di avvicinarmi quanto più possibile al modello depilato e truccato che vedevo (e vedo) come standard rappresentativo del genere femminile?

Perché, insomma, non potevo anch’io vivere come un uomo medio, senza sottostare al lungo elenco di inutili pratiche che vengono propinate come essenziali (ma solo alle donne, ovvio)?

Ho poi iniziato a leggere ogni libro-saggio-articolo femminista che riuscivo a trovare, perché ero confusa e volevo che qualcuno mi spiegasse l’origine del disagio che mi capitava di provare.

Andrea Dworkin è stata una delle prime autrici radicali che ho ‘incontrato’. Poi Carla Lonzi, Simone Weil, Hannah Arendt.

Dopo l’ennesimo capitolo letto e riletto, ho iniziato a mettere in discussione tutto, anche cose che percepivo come piccolezze.

È straordinario come alcuni concetti del femminismo radicale siano così semplici e lineari ma divengono complessi se posti all’interno del nostro sistema, perché quegli stessi concetti “di buon senso, ovvi” si trasformano in “contro natura, vomitevoli, ridicoli, scandalosi, imbarazzanti”.

Ho iniziato a depilarmi meno, a guardare la crescita senza sguardi misti fastidio-panico e nel tempo a capire che non c’erano validi motivi per me per continuare a farlo.

I primi tempi mi sentivo al centro dell’attenzione altrui, come se avessi qualcosa da nascondere e da far passare inosservato.

Non è facile scardinare certe cose, è un percorso.

La prima volta che mi sono depilata di nuovo è stata per un primo appuntamento e mi sono maledetta, di cosa avevo paura? Che il tizio di turno si schifasse perché vedeva peli su un corpo altrui? Eppure aveva probabilmente uno specchio.

Tra alti e bassi, sguardi e risatine simpatiche sulla metro, commenti più o meno espliciti di amici, familiari, passanti, mi sono rinforzata e non avrei mai pensato che sarebbe stato così facile.

Dalla consapevolezza che il tuo corpo va bene così e che i peli femminili non sono malvagi, non sono davvero così brutti e soprattutto che se non ti depili alla fine non succede niente di insormontabile, mi ha regalato una libertà impagabile e vorrei solo che tutte le donne del mondo potessero provare lo stesso.

Adesso i peli femminili per me sono normalizzati, sia i miei che quelli altrui. Non provo alcun tipo di disagio nell’esistere con tutti i peli addosso.

Quello che vorrei far passare è che anche se si è convintissime che a noi i peli facciano semplicemente schifo, che non c’entra la società, che “lo faccio per me e basta, sto meglio così”, è sempre utile guardare la questione come finora non è stata presentata.

Vale la pena mettere in discussione il mito della libera scelta.

Io sono stata inconsciamente convinta per anni che il sottostare a determinate norme implicite fosse in qualche modo conveniente se ne derivava agio/autostima e dunque ‘potere’ ma mai mi sono sentita così libera e potente come quando sono uscita dagli schemi di certi limiti sociali.

Il disagio di non adempiere a tutti i tuoi “compiti di donna” non è immaginario e può diventare invalidante, lo conosco ed è (anche) per questo che il mio obiettivo non è certo quello di giudicare chi si depila, voglio solo dar voce ad un’ideologia costantemente svalutata e nascosta che vuole proporre delle alternative al sistema attuale, che non è fatto a misura di donna ma è stato costruito e pensato per gli uomini, che guarda caso non sentono il bisogno di spendere soldi-tempo-dolore dall’estetista.

Le gonne, il trucco, i non peli&co sono da demonizzare a prescindere?

No, ma inquadrare il loro ruolo culturale è importante.

Riflettere sulle tendenze non casuali che accomunano molte donne è importante.

Spiegare cosa sono le pressioni sociali ed il loro manifestarsi ed agire in modo silenzioso e subdolo è fondamentale.

Se vogliamo raggiungere la vera libera scelta è necessario normalizzare i comportamenti che sviano dall’archetipo standard di femminilità. Non siamo costrette a subire la pressione di essere belle e desiderabili, il nostro valore non deriva da questo anche se ci viene insegnato così da quando, da bambine, ti dicono che sei bella e carina mentre al tuo compagno di classe che è bravo e intelligente.

Dobbiamo riconoscere i sistemi di potere invisibili che ci circondano.

La depilazione, come le altre pratiche affini, può sembrare nulla rispetto al regime di violenza sistematica in cui viviamo ma è una delle mille conseguenze del potere maschile, talmente esteso e radicato che non serve neanche più dirlo, le donne capiranno di doversi adattare a ciò che è loro richiesto in termini di aspetto, comportamento, carattere, atteggiamento sociale e sessuale.

Distruggete la gabbia, non abbellitela.

2 thoughts on “Depilazione e dintorni

  1. grazie per questo articolo. la gente purtroppo a volte ha una visione troppo offuscata per capire cos’è davvero vuoi comunicare loro. specialmente su questi argomenti qui. questo forse perché non siamo state abituate a pensare con il nostro cervello. abbiamo pensato erroneamente per una quantità infinita di tempo che non potevamo fare nulla senza doverci aggrappare alla figura maschile, che dovevamo compiacerla per essere realmente accettate nella società. è triste e fa rabbia che una donna non sia padrona del proprio corpo nel 2020. specialmente dopo aver realizzato quanto male c’è stato fatto in passato. è triste che chi parla e prova ad esternare questa rabbia inesprimibile, sia soggetta sempre e comunque a dei richiami anche da parte delle altre donne o ad essere schernita, se hai un pensiero differente. ma il fatto che dia fastidio a così tante persone, secondo me, indica proprio che stai colpendo nei punti giusti.

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