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L’obbligo della bellezza

Qualche giorno ho letto il report di uno studio incentrato su un campione di ragazze tra i 15 e i 18 anni, molte di queste davanti a domande quali “Come descriveresti la tua prima esperienza sessuale?” ha risposto facendo riferimento al modo in cui appariva il proprio corpo al partner: “è andata bene, credo che il mio corpo fosse ok”; “lui sembrava contento del mio corpo”; “ho provato dolore e forse da svestita non ero abbastanza per le sue aspettative” e simili.

Poche hanno messo al centro della risposta il proprio benessere e le proprie sensazioni, tutto ruota intorno alla validazione maschile, al solito.

Io l’ho trovato agghiacciante, le donne imparano sempre da più giovani a considerare difettoso e inaccettabile il loro corpo e che il loro ruolo in un rapporto è quello di oggetto sessuale a uso e consumo altrui e cercano di performare questo ruolo al meglio poiché è da ciò che deriva validazione e approvazione.

L’auto-oggettificazione è una delle conseguenze dell’influenza culturale sulle donne più difficile da scardinare da quanto è cementificata e costantemente alimentata.

L’obbligo della bellezza è una costruzione culturale per assumere il controllo e il potere sul corpo delle donne, soggettivandole ancora una volta. La bellezza non prescrive un’apparenza, bensì comportamenti.

In qualche modo ci è stata inculcata l’idea che per essere belle (cosa che dobbiamo, altrimenti nessuno ci amerà o darà valore) dobbiamo essere in un certo modo: magre, giovani per sempre, dalla pelle liscia (e bianca), dal naso piccolo, ovviamente depilate, etc.

La donna media si sente brutta per tutta la vita. Quale modo migliore di tenerla al suo posto e limitare il suo raggio d’azione?

Spendiamo soldi, tempo, dolore per performare dei canoni femminili imposti e non ce ne rendiamo neanche conto perché è normale, è normale sentirsi a disagio per il nostro aspetto, fa parte dell’esperienza di vita femminile.

Modificarci e confrontarci ogni giorno con quello che dovremmo essere e mai raggiungeremo, sembra l’unica via possibile per il “successo”, inteso come grado sufficiente di validazione sociale, necessaria per sentirci a nostro agio nel mondo, perché se ti percepisci come brutta e inadatta puoi solo sentirti mortificata e inferiore e la domanda è: perché la stragrande maggioranza delle donne si sente inadatta e inferiore?

Le donne che si sentono vecchie e brutte compreranno cose di cui non hanno bisogno. Una crema “antietà”, per esempio, o una camicetta molto poco diversa dalle camicette che già possiedono, un body snellente modellante, magari anche scomodo ma appare così necessario al nostro sentirci sicure e degne di valore, no?

Nel 1972, Mary Wollstonecraft scriveva:

<<Per preservare la bellezza personale, vanto della donna, il corpo e la mente sono stretti in una morsa peggiore di quella delle fasce cinesi e la vita sedentaria che sono condannate a vivere, mentre i maschi scorazzano all’aria aperta, indebolisce i muscoli e logora i nervi. Fin dall’infanzia si insegna alle donne che la bellezza è lo scettro della donna e la mente quindi si modella sul corpo e si aggira nella sua gabbia dorata, contenta di adorarne la prigione. Sono ridotte a semplici bambole.>>

Se il corpo perfetto è sempre più caricaturale e manipolato, persino quello più comune diviene difettoso. C’è un continuo rialzo della posta in gioco, come quello imposto dalla giovinezza artificiale, che bandisce come oscenità anche il processo di invecchiamento naturale. Non è un caso se le donne diventano invisibili superata una determinata età, il loro corpo non è più considerato un valido oggetto sessuale e viene dunque meno il loro ruolo di donna per come è culturalmente inteso.

Quante industrie fallirebbero se da domani le donne decidessero che il loro corpo va bene così com’è, senza alterazioni?

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