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Il diritto di non essere belle

Tante donne odiano il proprio corpo. Molte sanno perfettamente quali parti di loro stesse vorrebbero cambiare e come. In genere viene detto loro: “Ragazze, donne, siete bellissime così come siete. Se solo capiste quanto siete carine, avreste molta più autostima!”. Sappiamo bene che frasi e commenti simili non hanno alcun tipo di utilità concreta. Quante dopo aver visto l’ennesimo post di Instagram recitante il mantra del “siamo tutte bellissime”, hanno davvero smesso di vedere il proprio corpo come il criterio valutativo per eccellenza? Quante hanno smesso di considerarlo un ostacolo per il raggiungimento di felicità e soddisfazione?

Quando si cercano di risolvere i problemi di autostima delle ragazze e delle donne, dicendo loro che sono belle e che sono in realtà molto più belle di quanto pensano di essere, ciò serve solo a rinforzare ulteriormente l’idea che il tuo corpo sia la cosa più importante di te e che il tuo aspetto fisico definisce il tuo valore. Così le ragazze e le donne ricevono questo messaggio, anche da persone che sono davvero ben intenzionate: essere bella è il tuo obiettivo, essere brutta ti svaluta e rovina ogni aspetto della tua vita.

Nello scorso articolo ho parlato di Beauty Mania, libro che analizza “l’ossessione culturale per l’aspetto esteriore, ormai diventata un’epidemia che pregiudica la capacità delle donne di farsi strada nel mondo e vivere vite felici e significative”. L’autrice, Renee Engeln, parla anche di quello che lei definisce “l’effetto Dove”. 

L’effetto Dove si riferisce in particolare alle campagne pubblicitarie “Real Beauty” lanciate dall’azienda. Nel libro, vengono ricordati dei cartelloni che mostravano alcune donne che per ragioni diverse non rispecchiavano i canoni estetici dominanti. <<Al pubblico veniva chiesto di valutare le protagoniste delle foto e di spuntare, sul sito di Dove, una casella (per esempio grassa/in forma). Un cartellone a Times Square trasmetteva in tempo reale il conteggio dei voti e la domanda: Questa donna di novantasei anni è piena di rughe o meravigliosa? 

I cartelloni furono seguiti da una campagna di più ampio respiro in cui comparivano donne dai fisici molto diversi (benché tutti avessero la classica forma a clessidra, l’unica accettabile), che indossavano slip e reggiseni bianchi e reclamizzavano una crema anti-cellulite testata su vere curve.>> 

Il messaggio che Dove vuole lanciare appare positivo, o quantomeno innocuo: “sei più bella di quanto credi. Scopri la forza della vera bellezza, non c’è ragione di avere insicurezze!”

Scontato dire che l’accostamento promozione di prodotti di bellezza/abbattimento dei canoni estetici stride, inevitabilmente. Dove è proprietà della multinazionale Unilever, che si è contraddistinta per la messa in onda di spot sessisti e oggettivanti. Uno dei più celebri è quello del deodorante AXE (marchio dello stesso gruppo), dove si è ben pensato di far correre a rallentatore un gruppo di ragazze in bikini. Avanguardia! 

Le donne raffigurate nelle foto erano effettivamente diverse dalle figure femminili che siamo solite vedere nelle pubblicità ma in tutte le campagne passate e presenti che sono riuscita a trovare, la maggior parte delle donne era bianca e giovane, tutte le donne erano abili. Tutte le foto erano state ritoccate. Non un cambio di prospettiva tanto netto quanto si voleva far passare.

D’altronde, se davvero venisse normalizzata la naturalezza e la diversità dei corpi; se si annullassero le implicite ed esplicite pressioni a rincorrere e performare un’estetica imposta; se fiocchi, merletti e attenzioni all’aspetto non fossero una parte così preponderante dell’infanzia delle bambine; se la bellezza non fosse dipinta come scettro di potere femminile, allora chi sentirebbe l’impellente bisogno di correre a comprare una crema anti-cellulite? 

Le campagne in cui si sostiene che le donne siano tutte bellissime sono dannose perché ci spingono a pensare ancora di più al nostro aspetto fisico, alimentando fenomeni come il monitoraggio corporeo e l’auto-oggettificazione.

<<Non servono ulteriori promemoria per sapere che il nostro aspetto viene giudicato.

Quando una donna soffre perché non si sente bella, è naturale tentarne di lenire le ferite dicendole che invece lo è, tuttavia i complimenti legati alla bellezza alimentano una cultura che definisce le donne in base all’esteriorità. Concentrarsi in qualsiasi modo – positivo o negativo che sia – sull’aspetto fisico le spinge verso lo specchio.>>

Non dobbiamo parlare diversamente della bellezza, dobbiamo parlarne meno e attribuirgli sempre meno valore. Dobbiamo provare a riscrivere il copione. Non siamo tutte belle e va benissimo così. La bellezza non è un onere femminile, né parte obbligatoria della vita delle donne. Anche se a un certo punto crediamo che lo sia davvero.

Quando il focus rimane comunque il nostro corpo e l’obiettivo primario che sentiamo di avere rimane quello di essere considerate belle, non stiamo facendo nessun passo avanti. L’approccio di Dove è diffussissimo e fa presa perchè, nella partica, non scalfisce lo scoglio dell’oppressione estetica. Non slega aspetto fisico e valore, li fonde.

Il mito del “ritrovare la nostra bellezza e andare a conquistare il mondo” non fa altro che farci continuare ad ossessionare su come il nostro aspetto viene valutato e percepire il corpo come un ostacolo da sconfiggere per poter poi essere finalmente felici e in grado di fare quello che vogliamo.

Non possiamo scegliere la bellezza e le campagne che invitano a farlo (ma solo dopo aver comprato la loro nuova crema anti-rughe) trascurano, coscientemente o meno, una serie di imponenti standard culturali di bellezza, che non abbiamo scelto noi e che si rifanno a un ideale inventato e ben poco realistico.

@/beauty_redefined

Instagram: @ch_woods

Twitter: @ChiaraSuriani

1 thought on “Il diritto di non essere belle

  1. Quanta verità! Brava! Su queste tematiche ti consiglio il reportage “Mai abbastanza” di Sara Melotti, spiega molto bene i concetti che hai espresso e da pure un ottimo quadro generale su tutta la questione bellezza ed oggettificazione della donna che vanno a braccetto!

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