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Il femminismo comodo

Il femminismo comodo non mi sta per nulla simpatico. Ahimè, è sempre quello che va per la maggiore. Un femminismo il cui obiettivo è quello di smussare gli angoli di un sistema misogino e oppressivo. Ma senza mai renderci troppo ostili, brutte e non attraenti per gli uomini. Un femminismo che non aiuta le donne ad uscire dal meccanismo di ricerca costante di validazione maschile e di conseguente auto-oggettificazione, con tutte le conseguenze personali che ne derivano. No, è un femminismo basato sulla scelta. Ogni potenziale scelta è femminista, ma non ci si concentra sull’abbattere le conseguenze che fare la scelta controcorrente porta con sé. 

È sempre curioso osservare come la maggioranza delle donne scelga di aderire al modello di donna culturalmente costruito. Altrettanto curioso il fatto la maggioranza degli uomini, esposti a pressioni estetiche e conseguenze sociali infinitamente minori, scelga invece di vivere serenamente lo stato naturale del proprio corpo. 

Oggi, è ancora straziantemente vero che <<Donna non si nasce, lo si diventa>>. 

La differenza è che una quota importante del pensiero femminista moderno ha deciso che è più importante proteggere il diritto di inseguire per tutta la vita il modello di donna preconfezionato piuttosto che smantellare i costrutti sociali che mantengono in vita tale modello. 

Ogni voce femminista che osa guardarlo con sguardo critico, è bollata come estremista, pazza, ridicola. Anche da chi si dichiara femminista a sua volta. 

Femministe statunitensi che protestano contro il concorso di Miss America (1968)

“Sono femminista!”. Ad oggi, basta auto proclamarsi tale. Non è necessario far nulla di concreto per cambiare davvero le cose, non serve studiare la (complessa) teoria femminista, non serve mettere in discussione noi stesse e come viviamo. Non serve far nulla che porti magari conseguenze, ma anche cambiamento, impatto e che generi davvero le riflessioni e le azioni concrete altrui. Far parte di quel femminismo annacquato che va tanto di moda è davvero facile e comodo.

Attente a non criticare troppo o in modo troppo vivace la socializzazione maschile, la prevaricazione sistematica, l’oppressione estetica che devono subire le donne, tra le altre cose. Attente, rischiate di diventare troppo femministe. Estremiste, ridicole, con la voce troppo alta e fastidiosa. 

Rivendicate i vostri diritti, ma in punta di piedi. Attenzione a non perdere troppa validazione maschile nel frattempo. Forse è meglio fermarsi prima, edulcorare le proprie idee e silenziare la rabbia. No?

Il femminismo comodo sceglie di vedere solo la punta dell’iceberg. Certo, condanna le violenze sessuali, i femminicidi, il revenge porn ma non scava a fondo per individuare, criticare e combattere le radici comuni di fenomeni del genere. Non trova effettive soluzioni ai suddetti problemi perché per farlo sarebbe necessario passare al setaccio tutto il sistema oppressivo che ci incatena, bisognerebbe ammettere che siamo molto meno libere di come ci pensiamo e smetterla di bilanciare la voglia di riscatto con quella di approvazione esterna, che ha sempre la meglio. Servirebbero azioni rivoluzionarie. Tutt’altro che comode. O forse, uno slogan basterà.

Mi chiedo, perché fermarsi alla superficie? Perché abbiamo paura di smantellare per davvero un sistema che è stato e continua ad essere a forma di uomo? Perché soffochiamo le voci di chi auspica ad una liberazione autentica? 

La tendenza dominante è quella di prendere un concetto femminista articolato, ridurlo ai minimi termini, snaturare il significato originale e dipingere chi lo diffonde come estremista. Le femministe radicali diventano allora cattive e violente. Odiatrici di donne diverse da loro. Come se non avessero vissuto e continuassero a vivere anche loro la stessa oppressione e non avessero ceduto alle stesse pressioni, come se non sapessero quanto è difficile prendere posizioni impopolari. L’obiettivo comune è quello di mettere in luce quei meccanismi così insidiosi, silenziosi e potenti. Ma anche solo questo diventa estremismo in un mondo dove anche andare in giro con i peli sulle gambe vuol dire stare esagerando.

Il cambiamento fa paura ed è difficile, soprattutto a queste condizioni. 

Le donne che rompono il sistema, che non hanno alcuna intenzione di rendere più accettabile la loro voce e il loro aspetto danno fastidio.

Pensiamo ad Andrea Dworkin, Catharine MacKinnon, Kate Millett e tante altre ancora. Tutte bollate come folli e ridicole. Esortavano le donne a riflettere a fondo su ciò̀ a cui stavano partecipando. Tutto qua. Sostenevano che partecipando a un’istituzione, a un’attività̀, a un modo di vivere, in un certo senso li legittimi. E non li legittimi soltanto, li sostieni attivamente.

Dworkin esortava le donne a considerare i loro rapporti interpersonali, il loro lavoro, la loro esistenza quotidiana, per capire come tutto questo implicasse la partecipazione a sistemi di oppressione e infelicità̀. È stata un bersaglio facile, qualcosa da indicare per illustrare quanto sei innocua, in confronto. Il suo aspetto e le sue parole spietate sono nettamente fuori dai confini del femminismo edulcorato. Personalmente, non ritengo ogni parola mai scritta da Andrea Dworkin oro colato, com’è normale che sia, ma ritengo che molte delle sue considerazioni siano più attuali che mai. Sicuramente, un pezzo di cultura femminista che non si può tralasciare. 

Gli uomini che la conoscono (o più spesso conoscono alcuni sintetici messaggi estratti dai suoi testi e snaturati nel tempo) la odiano, di norma. Ma non sono soli, tantissime femministe sono pronte a rassicurarli, non piace nemmeno a loro: “è davvero un’estremista!”.

L’esempio più̀ famigerato è il suo libro Intercourse, che «analizza le dinamiche di potere nei rapporti sessuali uomo-donna: l’enfasi tutta maschile sulla penetrazione come atto sessuale primario; il modo in cui il desiderio personale è condizionato dalla cultura; l’insidiosa questione della consensualità̀ in una società̀ dove non c’è equilibrio tra i sessi.

La gente ha visto quest’opera complessa (e immensamente rilevante rispetto al dibattito attuale sulla «cultura dello stupro») e ne ha riassunto le posizioni in «Tutto il sesso è stupro». Le donne hanno preso parte alla sua denigrazione, perché́ il libro chiedeva loro di fare qualcosa di difficile, che non volevano fare. Pensa alle dinamiche di potere. Pensa alla tua autonomia, pensa a come stai contribuendo a questi squilibri con le tue scelte personali. Ma chi ha voglia di farlo? È più̀ facile, quindi, liquidare il libro come un mucchio di sciocchezze, per non doverne ascoltare il messaggio.» (Crispin)

Dworkin e simili non possono essere abbellite e rese più̀ gradevoli. Ed è in ciò che risiede la loro forza. Credo valga la pena abbassare la guardia quanto basta per capire perlomeno il loro punto di vista, senza allontanarle a prescindere come fossero persone ridicole dalle folli idee.

Se capiamo il meccanismo di controllo, se ci rendiamo conto di tutte le stronzate che ci vendono e obbligano a fare per essere perfetti oggetti muti e decorativi, con tutto ciò che ne deriva, allora dovremo proprio farci qualcosa. E non sembra per niente comodo.

Ignorare l’oppressione e convincerti che le tue scelte non siano minimamente influenzate dalla cultura che hai interiorizzato per tutta la tua vita, non la fa sparire. 

Imparare a vedere e riconoscere i sistemi di potere invisibili da cui siamo circondate è estenuante, una volta fatto non riesci più a ignorarli. Far finta che non esistano, però, ti nega un grado di libertà che ti fa domandare “davvero credevo di essere libera, prima?”. Almeno per me, è stato esattamente così e non tornerei mai indietro. 

IG: @ch_woods

Twitter: @ChiaraSuriani

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