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Il lesbismo in Italia negli anni ’70

<< “Non sono l’unica lesbica al mondo!” è la frase che segna l’inizio della liberazione per una soggettività, quella lesbica, sottoposta principalmente al dispositivo repressivo della cancellazione e del silenzio.

Le lesbiche nella storia non esistono, così ciascuna deve anzitutto imporre la propria esistenza, superare la frontiera dell’“eterosessualità obbligatoria”, vincere la percezione di essere l’unica al mondo a provare un desiderio imprevisto. Il superamento dell’obbligo sociale e culturale all’eterosessualità presentata come norma, nel nostro paese come altrove, è stato possibile solo attraverso la politicizzazione, quindi attraverso la costruzione di un movimento.

Le lesbiche sono divenute soggetto – non più̀ soltanto oggetto di studi e politiche repressive – attraverso una presa di parola collettiva che, in Italia, ha trovato spazio a partire dalla stagione dei movimenti che iniziano con il ’68. >> (L’emersione imprevista – Elena Biagini).

Il movimento di liberazione omosessuale nasce in Italia nei primi anni Settanta, nello stesso periodo storico in cui questo prende forma nella maggior parte dei paesi europei. Tuttavia, è diffusa la percezione di un’Italia in ritardo in tal senso. Ciò è principalmente dovuto a una memoria collettiva debole, che non è stata in grado di tramandare e di mantenere viva la storia del movimento italiano e di quella lotta così appassionata e ostacolata. Questo è ancora più vero quando si parla di lesbismo, la cui storia così ricca è spesso oscurata e ignorata.

Parliamo di lesbismo (e di femminismo), iniziando da Mariasilvia Spolato. È stata tra le prime donne omosessuali a prendere parte al Fuori! – Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano –  fin dai suoi esordi nel ’71. È passata alla storia a causa di uno scatto apparso su Panorama che la ritraeva durante il corteo dell’8 marzo 1972 con un cartello con scritto “Liberazione omosessuale”, è il primo atto di visibilità lesbica in una piazza italiana. Già nel 1972 pubblica “I movimenti omosessuali di liberazione”.

Mariasilvia fu discriminata e perseguitata, il famoso scatto la porterà addirittura al licenziamento dalla scuola statale dove insegnava matematica. È morta a 82 anni in una casa di riposo di Bolzano, dopo aver passato gran parte della sua vita al margine, per strada e sui treni. È stata un’attivista e una pioniera sia del movimento omosessuale che di quello femminista, frequentando il collettivo femminista romano Pompeo Magno, dove era possibile una più facile e coesa socialità lesbica.

Le attiviste lesbiche degli anni 70 criticano la società patriarcale che osteggia una sessualità che differisce da quella etero-riproduttiva, che pone al centro l’uomo, il suo piacere e le sue esigenze. Il lesbismo non vuole solo normalizzare l’esistenza delle lesbiche, vuole sovvertire questo sistema. Dalla metà degli anni 70 in poi si inizia a considerare il lesbismo come un fatto politico e non solo personale. È il 1974 quando viene pubblicato un numero del giornale del Fuori!, firmato da sole donne, che denuncia come le dinamiche misogine e maschiliste investissero anche l’ambiente a componente mista uomini-donne di un’organizzazione omosessuale confederata ai “Radicali”.

Il lesbismo ha esigenze specifiche, l’oppressione che combatte è almeno ‘doppia’ ma è evidente come molti degli aspetti che compongono la sua ideologia siano anche di stampo femminista. Dalla fine degli anni Settanta, il movimento lesbico si allarga e il rapporto con il movimento femminista diventa sempre più stretto. Moltissime donne che combattono per la liberazione omosessuale sono anche militanti femministe. Questa convergenza è benefica sotto molti punti di vista ma sarà terreno fertile anche per diverse controversie. In questo senso, l’obiettivo del movimento è quello di non creare ulteriori separazioni tra donne, indebolendo la lotta contro il sistema patriarcale.

Il famoso collettivo femminista di via Pompeo Magno è un perfetto esempio di proficua convivenza tra lesbiche e non. Uno spazio sicuro. L’occasione del ritrovarsi tra donne viene ripercorsa per tutti gli anni ’70 attraverso le esperienze dei raduni, dei convegni, degli incontri transalpini, in un’epoca in cui il femminismo diventa fenomeno di massa. Proprio nell’alveo del femminismo, per conflitto o per prossimità, inizia a prendere forma l’esperienza del lesbofemminismo. (Dwf)

L’apporto dell’ideologia lesbica nel movimento femminista è stata determinante. Ha contribuito in prima linea a scardinare l’infinita sfilza di stereotipi legati alla contrapposizione obbligata dei ruoli maschio-femmina all’interno delle relazioni sentimentali e criticare l’eterosessualità intesa come norma.

Tuttavia, la convivenza tra lesbiche femministe e femministe separatiste all’interno degli stessi collettivi non è sempre stata agevole. Teresa De Lauretis sottolinea che: «è attraverso il femminismo che l’identità lesbica può essere assunta, farsi discorso e articolarsi in concetto politico. Ma si dovrebbe anche aggiungere nonostante il femminismo. Ossia, il pensiero lesbico si è venuto affermando assieme ma anche in contrappunto alla critica femminista del discorso occidentale su amore e sessualità».

All’inizio, il conflitto si basava sulla considerazione del lesbismo come semplice posizione personale, eventualmente inseribile del contesto di auto-determinazione delle donne e in seguito principalmente a causa di divergenze di opinioni per quanto concerne l’attuazione delle pratiche politiche. 

A partire dalla seconda metà degli anni Settanta, nascono i primi collettivi esclusivamente lesbici, tra i più importanti si trovano: Rifiutare e Identità Negata a Roma, Donne Omosessuali a Milano, Brigate di Saffo, collettivo formato da giovani operaie, a Torino. Questo momento storico rappresenta un punto di critica reciproca tra lesbiche ed etero e verso la fine degli anni 70 le femministe eterosessuali e femministe lesbiche arrivano a un punto che si può considerare di “frattura”, anche se risulta difficile indicare date e ragioni precise.

Una cosa è certa: il movimento femminista fatica ad accorpare tutte le diverse scuole di pensiero che esso stesso ha contribuito a creare nel tempo. Tali differenze sono frutto di un movimento che giustamente non si è formato attorno a un concetto piatto e univoco di donna, ma ha invece accorpato tutte le differenze (di estrazione sociale, di istruzione, di reddito, fisiche etc) che fanno parte di ogni donna ma ciò non ha avuto solo conseguenze benefiche. Tra i principali nodi del conflitto è rimasta la divisione tra sfera personale e sfera pubblica, alcune (sia lesbiche che non) hanno sentito la necessità di relegare la sessualità e le proprie relazioni personali nella sfera intima mentre altre sostenevano l’esigenza di politicizzare il privato, continuando a concepire i rapporti privati come terreno prettamente politico. 

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