Site Overlay

Oggettificazione: intro

Siamo e siamo state/i costantemente bombardate/i da immagini di donne nude e sessualizzate. 
Agli eventi sportivi, in tv, per pubblicizzare qualsiasi cosa, sempre.
Il numero di nudi e seminudi femminili supera di gran lunga quello della controparte maschile, su tutti i media, inclusi i social media.
Nei film, le donne e le ragazze parlano molto meno dei maschi e sono molto più svestite; nei video musicali sono solitamente raggruppate seminude affianco al cantante (uomo, ça va sans dire) magari mentre lui candidamente infila la parola “troia” ogni tre versi. 
L’immagine ‘pubblica’ di donna come velina – ombrellina – aspirante Miss Italia e simili aka oggetto sessuale che parla poco e sorride molto è radicata e normalizzata a tal punto da rendere lecito e legittimo dare della bigotta a chiunque osi dire che magari una roba del genere qualche strascico culturale lo crea, che qualche conseguenza reale per le donne come categoria collettiva esiste.
Perché? 
Quali sono le conseguenze dell’oggettificazione?
Cos’è l’auto-oggettificazione?
Quelle donne lo scelgono liberamente e allora è tutto ok, no?
E gli uomini che fanno gli spogliarellisti, allora?
Le donne che performano questo ruolo sono da giudicare e condannare?
Le donne che si spogliano vanno contro il modello di donna santa-pura, non sono, dunque, emancipate e anche femministe?
Mi capita di sentirmi a disagio circondata da immagini di donne sessualizzate e pornificate, sono sessuofobica, strana, bigotta, sbagliata?
L’oggettificazione del corpo femminile è un tema ampio, ampissimo.
È impossibile esaurire un discorso simile in un’unica sede; la mia idea è quella di analizzare come questo fenomeno arrivi a contaminare praticamente tutti gli aspetti della vita delle donne, dai vestiti al lavoro, dalla musica al sesso e di mettere in luce tutti quei meccanismi così insidiosi da essere invisibili ma al contempo così limitanti e tossici. 
Insomma, parliamone.
Che cos’è l’oggettificazione? 
Il termine oggettificazione si riferisce alla percezione delle persone come oggetti da guardare, giudicare, desiderare, toccare, usare e gettare e, così come gli oggetti inanimati, perennemente disponibili al consumo. 
Le persone non vengono viste nella loro piena umanità, non viene valutato il modo in cui si sentono, cosa fanno, cosa dicono, che contributo danno al mondo; i corpi (di norma femminili) e le parti di questi vengono valutati per quello che possono fare per gli altri, in particolare per gli uomini.
Le donne diventano corpi vuoti o parti di corpo a uso e consumo maschile, in poche parole.
Si parla di oggettificazione sessuale quando si considera e si tratta di conseguenza una persona come mero strumento per il proprio piacere e gratificazione sessuale; la sessualità non è vista come esperienza paritaria e altruistica ma come qualcosa che viene fatto alla donna, che è vista come mezzo di piacere passivo. D’altronde è la narrativa che viene incessantemente spinta e consolidata dalla cultura pornografica (e non solo) che continua a presentare come modello di donna ideale e sensuale quella degradata, abusata, oggetto passivo di violenze non considerate come tali ed è innegabile che esistano conseguenze culturali che colpiscono tutte/i.
L’oggettificazione avviene attraverso lo sguardo dello spettatore, lo sguardo maschile. 
Quando, ad esempio, vedete in televisione le telecamere che fanno su e giù sul corpo delle donne con tanto di opinabili zoom, quella è oggettificazione ed è sguardo maschile. 
Ed è lo sguardo maschile che ha dato e continua a cambiare forma alla cosiddetta femminilità, cioè l’insieme di costrutti sociali che definiscono come una donna dovrebbe apparire e atteggiarsi per ottenere validazione e accettazione maschile, ne fanno parte anche e soprattutto quelle pratiche universalmente giudicate come “normali” per le donne (e solo per loro), vedi: depilazione, trucco, capelli lunghi, vestiti stretti, corti e scomodi, scarpe col tacco, atteggiamento aggraziato, sessuale ma al contempo innocente e svampito (perché emancipate a letto ok ma non troppo). 
Perché, si sa, che non solo le donne sono oggetti ma devono anche essere oggetti carini e apprezzabili, quindi che s’impegnassero; ed è in base a questi parametri che le donne vengono giudicate e svalutate se non ritenute abbastanza compiacenti per lo sguardo maschile. Quante volte avete visto o letto insulti e derisioni a una donna perché aveva i (temibili e malvagi) peli? Io in prima persona di commenti poco gentili ne ho ricevuti parecchi, solo perché ho osato vivere in questo mondo con i peli sulle gambe.
Le conseguenze sociali per chi non vuole sottostare a tutte gli obblighi inutili che le donne devono adempiere in cambio di esistere, sono reali e quotidiane e qui si parlerà anche di loro. 
Non ci si libera così facilmente da una cultura che già a 10 anni ti etichetta come oggetto sessuale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Scroll Up
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: