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La gabbia dell’auto-oggettificazione

È successo ogni volta che ho acceso la televisione, sfogliato un giornale, osservato un cartellone pubblicitario. Si è ampliato e cementificato ogni volta che mi sono sentita definita da uno sguardo sconosciuto ma maschile e che ho percepito l’autostima che ne derivava come il premio di un gioco a somma zero, perché se la vincevo io allora dovevo necessariamente toglierla a qualcun’altra.

L’oggettificazione femminile infesta la nostra cultura. Io, come molte altre donne, l’ho gradualmente interiorizzata tramite l’esposizione sistematica a modelli femminili e maschili sbagliati e deleteri.

La teoria dell’oggettificazione ipotizza che la costante esposizione a rappresentazioni femminili iper sessualizzate spinga le ragazze e le donne ad adottare una visione a loro volta oggettivata di loro stesse e a pensare al loro corpo in termini di qualcosa “altro” da sé stesse.

Questo fenomeno viene definito auto-oggettificazione: le donne considerano la loro immagine esteriore come elemento centrale-primario nel loro concetto di sé e soprattutto, associano il proprio valore a quanto il loro aspetto è in grado di soddisfare gli standard estetici dominanti e di attrarre di conseguenza validazione maschile; quanto valgo è dato da quanto il mio atteggiamento ed il mio riflesso nello specchio sono in linea con l’immagine culturalmente prodotta di ragazza o donna; il mio benessere, la mia salute, la mia realizzazione, i miei desideri e le mie competenze vengono dopo. Il proprio aspetto viene costantemente monitorato, pensiamo a come mettere le gambe, come mettere i capelli, da dove viene la luce, chi ci sta guardando, chi non ci sta guardando; impariamo ad osservarci e giudicarci con una lente da spettatore esterno.

Quando si parla di auto oggettificazione, molti dei meccanismi in gioco si innescano automaticamente, tanto le pressioni sociali coinvolte sono diffuse, interiorizzate e normalizzate e ciò porta, come presumibile, ad una certa varietà di conseguenze negative. Per citarne solo alcune: sentimenti di inadeguatezza e odio per il proprio corpo, riproduzione delle pratiche di bellezza vista come imprescindibile e necessaria (depilazione, trucco, abbigliamento di un certo tipo etc), vergogna e disagio nel trovarsi “impreparate” (ad esempio, una situazione d’intimità con un partner ma non essere depilate), le energie mentali e le risorse economiche necessarie per stare al passo con la lista degli obblighi sociali della donna perfetta e i disturbi alimentari (95.9% di donne sul totale dei casi; dati 2018, Ministero della Salute).

(Illustrazione da Honorata)

Se le donne imparano da piccolissime a percepire la propria esteriorità come “valuta sociale” che porta a validazione e dunque potere, o quanto meno non vulnerabilità, è chiaro che le azioni riconosciute come utili a raggiungere tale meta saranno considerate parte integrante e necessaria della vita della donna media. Pensate ai modelli femminili e a quelli maschili che le bambine ed i bambini si trovano a guardare ed interiorizzare: molto spesso gli uomini riceveranno applausi per i loro talenti e le loro abilità, completamente vestiti e con nessuna enfasi o richiamo al proprio aspetto fisico, che è in secondo piano, ignorabile perché non è il fulcro della persona che si sta esibendo, in caso di artisti, o sta parlando, in caso di politici e altre figure di rilievo. Le donne, d’altra parte, sono spesso corpi, in primis e poi, forse, persone. Quante politiche vengono attaccate sulla base del loro aspetto e/o ricevono insulti inerenti la propria sfera sessuale (dagli auguri di stupro agli epiteti preferiti dagli italiani quali troia&puttana).

Come dimenticare Laura Boldrini paragonata ad una bambola gonfiabile. Non che ci sia molto da stupirsi, è così che le donne sono largamente viste e considerate: bambole gonfiabili, che lo scelgano o meno.

Quante cantanti e attrici conoscete la cui opera artistica non venga sistematicamente sessualizzata?

“Eh ma se è una loro scelta quella di sessualizzarsi?”

Perché l’estetica della sessualizzazione è sempre la stessa, palesemente plasmata dallo sguardo maschile?

Perché la norma per le donne è quella di essere oggetti sessuali felici di esserlo mentre la stessa situazione è eccezione per gli uomini?

Le donne, soprattutto nel mondo dello spettacolo, hanno effettiva scelta? O è semplicemente normale che sia così e che per una donna che sceglie una tipologia di estetica controcorrente rispetto alla dominante non c’è molto spazio? E ancora, quanto l’influenza patriarcale sagoma gli stessi modelli che a loro volta consolideranno una cultura misogina centenaria, le cui basi rimangono invariate ma i cui strumenti evolvono, adattandosi all’era attuale?

Continuiamo a mettere al centro del dibattito il diritto di auto-oggettificarsi quando dovremmo ragionare sul perché gli uomini non hanno bisogno di usufruire dello stesso diritto.

Crescendo, non ho avuto molti modelli di donna, socialmente denotati come positivi, che sviassero dall’estetica dominante e che non venissero commentate e criticate per ciò; di donne brave, intelligenti, talentuose ce ne sono tante ma sembra che a nessuna venga dato il permesso di essere solo questo e non anche belle, se vuoi spazio allora non puoi evitarlo; e per “belle” non intendo solo naturalmente attraenti ma voglio dire che non puoi rifiutare di costruirti addosso bellezza: tacchi, vestiti, trucco&parrucco, mentre gli uomini possono andare in televisione senza essere belli, non è necessario che lo siano.

Quanti uomini non attraenti vedete in tv, quanti anni hanno, hanno un ruolo centrale o decorativo/secondario? Sarebbe strano vedere una donna della stessa età e non canonicamente attraente nello stesso ruolo? Sì, è inusuale e io vorrei tanto che la smettessimo di far finta che non ci sia un problema (grave) e che il mondo in cui siamo cresciute/i e continuiamo a vivere non ci influenzi, perché lo fa e anche parecchio.

Proprio per questo parlare, in certi contesti, di libera scelta è quantomeno superficiale.

Una scelta che dietro nasconde anni di apprendimento implicito di regole sociali e di esperienze più o meno traumatiche alle spalle; chi non ha nel proprio passato almeno un commento denigratorio sul proprio aspetto “al naturale”?

Basti pensare ai peli, quando avete capito che le donne devono essere depilate? Io quando a 13 anni sono stata pesantemente presa in giro durante una vacanza studio estiva perché avevo osato partire senza rasoio e con tutti i peli addosso, strano che a nessuno dei miei compagni di viaggio maschi sia successa la stessa cosa e che ora non sentano il libero desiderio di depilarsi. Ma non sono la sola, tempo fa, sempre parlando di depilazione sul mio profilo Instagram, tantissime ragazze mi hanno raccontato di quella volta che lo sconosciuto – l’amico – il compagno di scuola e simili hanno avuto da ridire sui loro peli, solo perché esistevano e a loro non andava proprio bene, perché le donne non hanno il diritto di vivere lo stato naturale del loro corpo.

I peli, allora, diventano qualcosa di brutto, perché se li hai vieni ridicolizzata e schifata, letteralmente. Se ti depili, no. Se esiste anche una sola conseguenza sociale, la scelta non è libera, è condizionata, il fatto che esistano donne che si depilerebbero anche su un’isola deserta non inficia ciò; anche alcuni ragazzi si depilano, ciò non vuol dire che esista una pressione alla depilazione subita dagli uomini. Se i peli sul proprio corpo vi fanno ribrezzo non escludete a priori che la società anti-donne in cui siete cresciute non abbia nessun ruolo nel discorso.

Questo meccanismo è valido per tutti gli elementi che vanno a comporre la femminilità, gabbia sociale per eccellenza.

Ragionate, analizzate le vostre scelte, non fermatevi al “lo sto scegliendo senza una pistola su una tempia e dunque la scelta è libera”, è umano scegliere di fare ciò che è ritenuto normale, dovuto, caldamente consigliato e che produce risultati immediatamente positivi (accettazione sociale, autostima, apprezzamento), non vuol dire che sia necessariamente privo di condizionamenti.

Uscire dalla narrativa dominante è difficile. Io stessa ho pensato che forse tra tutto ciò che una donna che sfida le regole estetiche della femminilità deve affrontare (tutti gli insulti, tutte le accuse, tutte le vuote opinioni non richieste) e un pacco di strisce depilatorie, è meglio arrendersi e continuare ad odiare i propri peli; è difficile. Ma ne vale la pena, il grado di libertà che un percorso femminista di autocritica e autoanalisi può regalare è impensabile e impagabile.

Io non ho problemi con il mio corpo, con la mia pelle, con i miei peli, con tutti i miei difetti e non voglio rimedi, non voglio rasoi e massaggi drenanti, non voglio catene, non voglio rimedi perché non c’è proprio nulla da rammendare.

Adesso quando accendo la televisione o sfoglio un giornale, non metto più in discussione me stessa, ma il sistema in cui sono costretta a vivere, da cambiare, da smontare e ricostruire.

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