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La misoginia online non può più essere ignorata

Qualche tempo fa ho tentato di ritrovare un tweet in cui mi veniva candidamente augurata la morte. L’ho fatto perché ho collaborato ad un articolo sulla misoginia online, MRA e shitstorm. Quando mi è stato chiesto di inviare screen di esempio da affiancare alla mia testimonianza, è stato il primo che mi è venuto in mente. Ho ripensato a quell’uomo che dopo avermi inviato messaggi privati intrisi di odio e minacce, aveva ben pensato di pubblicare le suddette direttamente sul suo profilo, mettendo ben in evidenza il mio nome. Nome fittizio, nessuna foto, account creato il mese prima. 

Alla fine il tweet incriminato non l’ho più trovato e fortunatamente la mia ricerca non ha portato a scovare dichiarazioni simili. Nonostante ciò, la relativa tranquillità con cui ho cercato “chiara suriani morte” su Twitter mi ha fatto realizzare quanto nel concreto l’odio online sia diventato per me normale. 

Normale non vuol dire che mi scivoli addosso o che non mi faccia venire voglia di staccare la connessione per le successive ventiquattro ore. Normale in senso di norma: me lo aspetto, lo so. So che è molto probabile che dopo un post, un tweet, una storia, potrei trovarmi a leggere commenti e messaggi offensivi. A volte pochi, a volte molti, troppo spesso una valanga. Parole piene di quell’odio viscerale riservato a pochi casi, tra cui le donne che decidono di parlare di femminismo.

La misoginia online è ignorata, normalizzata, sottovalutata. 

I social media sono stati e sono anche luoghi di lotta politica, protesta e comunità. Sono stati il megafono di molte donne che sarebbero state altrimenti difficilmente ascoltate. Lo spazio in cui tante hanno raccontato quella volta che e altrettante le hanno ascoltate. 

Se usati in maniera proficua e per veicolare concetti validi, non vedo perché non considerarli come elemento complementare del femminismo ‘offline’, che rimane ovviamente punto focale del movimento. Il fenomeno della misoginia online mina le fondamenta di tutto ciò.

I social sono, però, anche l’ennesimo spazio dove vengono perpetuate idee discriminatorie, violente e oppressive. La misoginia online è lineare riflesso della cultura anti-donna in cui viviamo, fuori da internet. Allo stesso modo, intacca la vita delle donne che la subiscono. Punta a silenziarle ed escluderle dalla sfera pubblica, mantenendo vive e intatte le dinamiche di privilegio. 

Troppo spesso, questo fenomeno viene banalizzato e minimizzato. Gli attacchi sistematici vengono considerati come semplici battute o al più come qualche innocua frase infelice. Le donne dovrebbero semplicemente subire tutto questo, considerandolo come il prezzo da pagare per partecipare. La misoginia online diventa allora l’ennesimo onere che grava sulle donne, l’ennesima “brutta esperienza” da mettere in conto. 

“Blocca o ignora, non lamentarti sennò”. Quanti elementi in comune riuscite a trovare con la retorica del “non andarsela a cercare”?
I consigli forniti a chi viene attaccata, invitano a non contestare o criticare atteggiamenti simili, in un clima di sistematica minimizzazione di episodi del genere.
Sebbene concordi col fatto che molto spesso discutere con queste persone rappresenti unicamente uno spreco di tempo ed energie, credo che subire in silenzio la cosa senza poter rivendicare l’abuso subito, non sia meno deleterio.

La misoginia online non è solo un ulteriore ostacolo all’abbattimento del sistema patriarcale ma anche una violazione dei valori democratici fondamentali espressi nell’idea di pari partecipazione per tutte e tutti alla vita pubblica e politica.

Queste dinamiche impattano sulla percezione di sicurezza delle donne, se si comincia ad avere timore di parlare, lo si farà sempre meno. La “politica della paura” non è uno strumento nuovo. L’esclusione digitale delle donne ostacola la piena partecipazione di queste alla società.

Quando si parla di abusi e odio su internet, la controargomentazione più gettonata riguarda sempre la libertà d’espressione. A volte capita venga scomodata addirittura la censura. 
È interessante notare come la libertà di esprimere opinioni presumibilmente misogine venga, di fatto, prima della libertà delle donne di partecipare alla sfera pubblica, senza ripercussioni basate sul loro essere tali. 

“All those insults were tailored to me because I am a woman. We can kid ourselves that those are comments by a few bad, anonymous people on Twitter, but they are not: this is everyday language. I am aware that everyone here was uncomfortable hearing those insults—I felt uncomfortable reading them out—yet there are people who feel comfortable flinging those words around every day. When that language goes unchallenged, it becomes normalized, and that creates an environment that allows women to be subjected to a whole spectrum of abuse. I regularly see guys on Facebook talking about “getting pussy” and using other horrible words for women, but should we really expect any better given that the man sitting in the Oval Office thinks that it is okay to grab a woman by the pussy and faces no consequences?” (Mhari Black)

In politica, la misoginia online ha un peso enorme. 

Diane Abbott, la prima donna nera ad essere eletta nel parlamento britannico, è stata bersagliata con più di 8mila tweet e messaggi sessisti e razzisti, incluse minacce di stupro e morte, in soli sei mesi. Quasi la metà di questi è stata inviata nelle sei settimane prima delle elezioni.

In seguito, Abbott ha dichiarato:
“It’s highly racialised and it’s also gendered because people talk about rape and they talk about my physical appearance in a way they wouldn’t talk about a man. I’m abused as a female politician and I’m abused as a black politician.”

Gli attacchi non vertono mai su azioni o opinioni politiche. Ruotano intorno all’aspetto fisico, alla sessualità, alla violenza. Non è un caso isolato, ma la norma per tante politiche. 
Le stesse donne in politica per cui la presenza online è uno strumento a doppio taglio. Il ruolo dei social nelle campagne elettorali e nel dialogo con l’elettorato è sempre più rilevante ma per le donne usufruirne vuol dire essere probabilmente target di attacchi misogini. 

Virginia Woolf sosteneva che ‘femminista è qualsiasi donna che dice la verità sulla propria vita’. Reclamiamo il diritto di farlo senza essere trattate da bersaglio mobile.

Instagram: @Ch_woods
Twitter: @ChiaraSuriani

Illustrazione: Kelsey Borch

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