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La storia di Federica

Ciao, Chiara.

Grazie per avermi dato la possibilità di raccontare la mia storia. Mi chiamo Federica, ho 18 anni e vivo con la mia famiglia. Sono affetta da psicosi, depressione e disturbo del tono dell’umore, con cui convivo dall’inizio dell’adolescenza. Mi hanno diagnosticato anche un ritardo mentale.

Circa una settimana e mezzo fa, mio fratello ha condiviso tra le stories di Instagram delle immagini prese dal tuo profilo, immagini che parlano degli abusi e delle violenze contro le donne disabili. Siccome mi è sembrato il luogo adatto, dove sentirmi al sicuro ed essere un libro aperto, ho deciso di far sentire la mia voce perché penso possa essere utile sia a me che alle altre donne che si trovano nella mia stessa condizione e nella loro vita hanno subito o continuano a subire violenza da parte di uomini che dalla società sono visti come “normali”.

Tutto è iniziato in prima media, quando avevo undici anni. Un pomeriggio uscii in bicicletta a fare la spesa e, quando arrivai al supermercato, vidi il ragazzo che era in classe con me. Si chiama Mohammed, e ha un anno più di me, all’epoca era ripetente. 
Quando finii di fare la spesa, uscii dal supermercato e vidi lui che mi seguiva in bicicletta. Facemmo la gara con entrambi mezzi ed infine vinse lui. Poi mi portò in una stradina dove mi toccò il sedere con la mano. Poi mi disse di non dire a nessuno del gesto e del “fidanzamento” che ci sarebbe stato. Tornai a casa contenta.

Il giorno successivo lo incontrai di nascosto e mi chiese di andare in campagna. Andai volentieri e, quando lo vidi, lo abbracciai forte forte e lo baciai. Anche lui ricambiò i gesti. A 12 anni ebbi il mio primo rapporto di sesso orale con lui. Per i suoi gusti non ero molto brava. Infatti mi diceva lui cosa fare. Il sesso sarebbe potuto essere piacevole, ma con lui ero obbligata a farlo perché mi diceva che ero una bambina, che non poteva stare con una bambina.

Io feci piano, ma lui, con la forza della mano, mi presel la testa e me l’abbassò violentemente. Io stavo per soffocare. Ero molto spaventata, e gli dissi sconvolta di non farlo più, e lui annuì. Senza avvisarmi, mi eiaculò in bocca. Io sputai, disgustata, ma lui lo raccolse e me lo spalmò sul viso e me lo rimise in bocca facendomelo ingoiare.

Un giorno, quando arrivò l’estate, andammo nel boshetto dietro l’ospedale. Lui mi tolse la maglietta e iniziò a leccarmi il seno. Poi mi diede i morsi sui due capezzoli e mi tirò pure i capelli. Io urlai dal dolore e gli intimai di smetterla, ma lui continuava. Poi mi mise la mano davanti alla bocca in modo che non nessuno sentisse. Scoppiai a piangere dal dolore e dalla paura e lui si fermò. Una volta mi sdraiai sull’erba e lui mi saltò addosso. In quel momento pensai: “questo mi vuole violentare”. Ma ciò non accadde. Meno male che non accadde, altrimenti gli avrei sputato in faccia. Dopo lo salutai e tornai a casa senza dire niente a nessuno della mia famiglia.

Poi un pomeriggio giocai con i miei amici a palla avvelenata al parco giochi. Improvvisamente venne lui in bici e mi chiese di andare subito al canile comunale. E io gli risposi di aspettare un attimo. Dovevo finire di giocare. Lui insisteva e io gli dicevo sempre di aspettare un attimo. Lui sbuffò e se ne andò via. Il giorno seguente, quando io e lui andammo in campagna, mi fece una scenata dicendo: “Quando ti dico di venire, tu devi venire, altrimenti ti faccio fare una figuraccia davanti ai tuoi amici!”.

Poi, il giorno seguente, sempre al parco giochi e sempre giocando ai miei amici a palla avvelnata, venne lui e mi chiese di andare in campagna con lui. Io gli dissi di aspettare un scondo. Poi ricominciò a sbuffare come l’altra volta e poi si mise a litigare con un mio amico perché lo offese con una brutta frase. Mohammed stava per mettergli le mani addosso. Poi arrivò la mamma di questo mio amico e lui le raccontò tutto. La donna gli diede ragione. Siamo andati in campagna e Mohammed mi disse arrabbiato:”Quando ti dico di venire, devi venire!”.

Dalla terza media Mohammed iniziò a comportarsi sempre peggio. Mi continuava a chiedere soldi per fare le ricariche sul suo cellulare. Io prendevo la paghetta settimanale che mi dava mio padre, circa 20 euro, e gliene davo 15. Glieli davo perché minacciava di lasciarmi. 
Poi mia madre mi comprò uno spartphone. Lo aggiunsi su Whatsapp e mi obbligò a salvare il suo contatto in Ale perché non spuntasse il suo nome in un messaggio o una telefonata, nel caso si fossero trovati a rispondere i miei familiari. Poi su whatsapp avevo la foto di profilo dei Coldplay. Quando la vide, si arrabbiò e mi disse di cambiarla e di metterne una con il mio viso con espressione ammiccante e sexy. Al che io gli risposi:”Ognuno mette quello che vuole”. Lui minacciò dicendo:”Se non la cambi, io ti lascio! Sei una bambina così!”. Io feci come mi disse lui. Un pomeriggio feci il secondo rapporto orale. Gli dissi che non mi piaceva farlo, e lui rispose :”Sei una bambina se non lo fai”. E poi, sempre obbligatoriamente, lo feci.

Il giorno seguente, mi portò a casa di suo cugino e mi stuprò analmente. Io piangevo e urlavo dal dolore, ma lui non se ne fregò e continuò a stuprarmi. Il pene non entrò tutto, però sentii lo stesso il dolore, perché spingeva con violenza. E io urlavo dicendogli di fermarsi. Poi si fermò. Poi mi disse che in futuro io sarei stata la sua amante mentre sarebbe stato sposato con un’altra donna. Un giorno guardò un video pornografico in mia presenza. In questo video un uomo dava schiaffi violenti sui glutei di una donna fino a farli diventare rossi come pomodori. Lo fece anche a me mentre urlavo e piangevo.

Il mio fondoschiena era rosso come quello della donna del filmato e pulsava. In più occasioni mi disse di fare videochiamate in cui mi masturbavo con le dita all’interno della vagina, cosa che feci, e mi costrinse a fare altre videochiamate in cui facevo esercizi di ginnastica per dimagrire perché per lui ero troppo “cicciona”.

Un giorno mi diede un calcio imparato dalle arti marziali, ma per mia fortuna mi sfiorò appena la tempia. Un altro giorno mi chiese: “Ti posso dare un pugno? Voglio mostrarti quanta forza ho”. E io gli risposi di sì, ma solo se mi metteva uno straccio in modo che mi facesse meno male. Mi diede un pugno così forte che mi sentii mancare per un momento. Poi tornai a casa. Un pomeriggio in campagna mi mise tre dita nella vagina con così tanta violenza da farmi contorcere dal dolore. Io stavo per piangere, gli intimai di smettere immediatamente, ma lui continuò andando fino in fondo. Allora urlai forte, e lui mi mise le mani davanti alla bocca.

Poi mi disse: “Invece di urlare come una pazza, baciami, e godi. Te la sfondo. Voglio vedere il tuo sangue tra le mie dita”. Urlai ancora più forte, ma lui dopo un po’ smise. Poi mi chiese ancora se avrebbe potuto mettermi le tre dita dentro, e io mi opposi rispondendo di no. E lui mi minacciò dicendomi che mi avrebbe lasciata se gli avessi detto di no. E poi lo fece di nuovo. Faceva le stesse cose. Smise dopo tanto tempo. Poi tornai a casa mia, e piangevo in continuazione , fortemente, ma di nascosto. La mia famiglia mi faceva uscire anche nei pomeriggi di inverno, quando faceva buio molto presto. Io inventavo sempre una scusa, chiedendo loro se potessi andare a casa di una mia amica. Loro accettavano.
Io e Mohammed andammo in un posto dove non ci poteva vedere nessuno. Poi, lui diceva di scherzare, mi diede ceffoni un po’ forti sul viso faccia. Io gli dissi che scherzare ci sta ogni tanto, ma non in questo modo, che quasi quasi la faccia stava per diventare rossa. Quando ero in in prima liceo la situazione precipitù ulteriormente. Una sera era intontito dalla cannabis, e continuava ad avvicinarsi a me per baciarmi. Io lo respingevo, ma lui continuava, e io urlai forte dicendogli: “Basta”. Poi andai a casa. Poi continuava a chiedere di nuovo soldi per le ricariche. Poi, un giorno, rubò dei soldi a sua madre per comprare la cannabis. Poi mi chiese di dargli dei soldi per aiutarlo. Nel mese di febbraio iniziai ad avere i primi sintomi della malattia psichiatrica. Poi, in estate, dal 14 luglio alla fine del mese, fui ricoverata in una clinica. Mi trovarono la cura giusta e stetti meglio. Poi tornai a casa e andai subito a casa del cugino di Mohammed.

Quando fui ricoverata, mia mamma mi regalò un telefono più bello di quello precedente. Mohammed mi chiese di dargli il mio cellulare, così lo vendeva e si faceva un po’ di soldi. Io gli risposi di no, e lui si arrabbiò dicendomi: “Non baciarmi! Me l’avevi promesso!”. Al che io gli risposi che non gliel’avevo promesso, e poi se mi beccava mia madre senza il cellulare mi sgridava. Poi mi cacciò fuori di casa. Mentre ero al supermercato con mia mamma e mio papà, lui mi scrisse chiedendomi scusa, e io lo perdonai.

Poi andai di nuovo a casa di suo cugino e gli dissi che lo amavo. E lui mi rispose :”Sì, però non me lo hai dimostrato”. Quindi gli diedi il cellulare. Andai prima a prenderlo a casa mia e poi glielo diedi, e poi lui mi disse contento:”Adesso mi hai dimostrato l’amore!”. E poi mi abbracciò. A casa inventai di averlo perso e di non ricordare dove.

Quando ebbi compiuto 16 anni, nel mese di ottobre ci incontrammo in un posticino abbandonato e mi chiese di aiutarlo. Percepivo già la mia pensione di invalidità per la mia malattia e per il ritardo mentale.  Mi disse aggressivamente che voleva i soldi della mia pensione subito. Io gli risposi : “Come faccio a prenderli se mia madre è la tutrice? Non posso prenderli da sola. Ci deve essere per forza una tutrice vicino a me”.

Una sera tardi chiamai mia madre e le chiesi se potessi andare dalla mia amica. Lei rispose di sì. Dopo un po’ mi chiamò e mi chiese:”Passami la tua amica”. Io le risposi che era un attimo in bagno, e che era timida. Lei non ci credette e mandò mio fratello in bici a prendermi. Prima che venisse mio fratello, Mohammed mi disse che la mia famiglia mi trattava come se fossi un cane legato. E mi disse: “Mandali a quel paese!”. Poi mi disse che poi avremmo fumato una canna insieme. E poi mi disse un’ultima cosa:”Ci vediamo domani”.

Aspettai vicino alla gelateria e vidi mio fratello in bici e mi chiese di salire. Poi mi chiese:”Dove sei andata? Con chi eri?”. Io risposi che non ero andata da nessuna parte e che non ero con nessuno. Mio fratello non ci credette. Tornati a casa, esplosi e raccontai tutto all’altro fratello. Lui capì subito che Mohammed non mi aveva mai amato, e che abusava di me. Poi, la sera stessa andammo subito dai carabinieri a denunciare Mohammed. Raccontai la verità al carabiniere, ma omisi gli stupri e le altre violenze, limitandomi a raccontare dei soldi, del cellulare e vagamente della penetrazione anale violenta. La mattina seguente beccammo il padre di Mohammed e infine lui. Andammo di nuovo dai carabinieri io, mamma, mio fratello, Mohammed e il padre. Il maresciallo mi fece un sacco di domande, e io risposi con sincerità. L’ultima donmanda fu: “Ci sono state violenze sessuali?”. Lì io negai, perché c’era anche Mohammed, perché avevo paura che se avessi dettto di sì, mi avrebbe cercata e mi avrebbe massacrata di botte, come mi diceva sempre perché non dicessi di noi alla mia famiglia. Quella fu la mia paura peggiore. Mi sentii a disagio perché non volevo parlare di quelle cose davanti a lui, davanti a mia madre. Il maresciallo pose anche le domande a Mohammed, che continuava a non parlare e a scuotere la testa. 
Il padre si mise a piangere perché non si aspettava che suo figlio fosse stato cattivo con me. Mi disse:” Federica: questo ragazzo è cattivo. Quando lo vedi, cammina dritto”. Non ho più saputo nulla delle indagini. Sembra che sia finita in una bolla di sapone. Che è scoppiata senza fare rumore, senza fare uscire tutto il dolore che la riempiva.


Camminare dritto quando lo vedo per strada è difficile, perché col senno di poi mi sono resa conto di quanto sia stata usata e sfruttata, ma sono anche felice di avere dei fratelli mentalmente aperti che non mi hanno giudicata, che anzi hanno fatto in modo che non mi sentissi mai in colpa per ciò che ho subito. 
Voglio che tu pubblichi la mia storia affinché le altre donne nella mia situazione sappiano che ci sono altre sopravvissute che non smettono di lottare dopo anni di violenza. Ho vissuto più di 4 anni di abusi sessuali e ci sono volute altre persone per capire che ciò che mi sembrava normale era invece violenza sessuale e sfruttamento economiche abusate prima nella mente da uomini violenti e pericolosi. Se lui ha iniziato da ragazzino ad essere un mostro e non ha pagato, non oso immaginare cosa potrebbe fare ad altre donne che rischiano ogni giorno di finire nelle mani di questi predatori.

Ecco la mia storia. Grazie per il lavoro che svolgi, Chiara. Se oggi ti scrivo è perché so poterlo fare. Parlarne è una liberazione.

Con stima e rispetto, Federica. 

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