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Le battaglie davvero importanti

Recentemente ho preso parte ad una discussione online dove un ragazzo sosteneva che parlare di depilazione come obbligo estetico fosse “una stronzata” perché esistono “cose ben più gravi”. In particolare, metteva da un lato le campagne e azioni focalizzate sulla normalizzazione dello stato naturale del corpo femminile dove i peli sono spesso protagonisti e dall’altra questioni quali “le donne indiane stuprate e mutilate”, cito testualmente. Polemiche simili sono molto frequenti e perlomeno nella mia esperienza arrivano principalmente da fonte maschile. 

Sorvolando sui caratteristici toni e modi aggressivi che rendono Twitter un posto non eccessivamente cordiale e accogliente, mi ha colpito la sua insistenza nel pretendere una risposta secca, un sì o un no. “È più grave la depilazione dello stupro e della mutilazione?”. Vorrei puntualizzare la malafede intrinseca di un discorso simile. Al mio interlocutore palesemente non interessava una risposta articolata, un confronto, uno scambio, né tantomeno le condizioni di vita medie delle donne indiane. Se avessi risposto di no, secondo lui avrei avallato la sua tesi. È una cosa futile in confronto e allora perché parlarne? Se avessi risposto di sì, allora sarei stata una folle, perché chi mai direbbe che la violenza sulle donne è meno grave della depilazione imposta? La dinamica è sempre la stessa. 

Ogni volta che una o più donne alzano la voce per parlare di ingiustizie e discriminazioni, c’è sempre qualcuno (spesso ben più di qualcuno) che tenta di sovrastare le loro voci, urlando che ciò di cui si sta dibattendo è una polemica inutile, inventata, sterile, esagerata. Quelle donne farebbero meglio a star zitte, sono ridicole, pazze, estremiste, hanno sempre qualcosa per cui lamentarsi! “Starnazzare” è un altro verbo che mi capita di leggere e sentire frequentemente, a rimarcare quanto i pensieri e le opinioni femminili su quella che è l’esperienza femminile di oppressione siano considerati poco più che semplice rumore sparso e fastidioso. 

Il sessismo intrinseco della lingua italiana, le rappresentazioni femminili che si basano su stereotipi duri a morire, le pubblicità che mercificano i corpi femminili come fossero inanimati sono altri celebri temi-bersaglio. Anche il recente dibattito sulle illustrazioni stereotipate dell’app Immuni è stato tartassato dai vari “ma c’è davvero bisogno di lamentarsi per un paio di immagini?”. È tutto troppo futile. C’è sempre un valido motivo per starsene in silenzio. Mi chiedo, non dovrebbero deciderlo le donne cos’è e cosa non è oppressione femminile? Perché troppi uomini non ci vedono nulla di male nel bollare come inutile e superflua una battaglia per qualcosa che non li riguarda e mai li riguarderà? 

Quando invece si parla di qualcosa di talmente grave e terribile da essere riconosciuto come collettivamente tragico, come il femminicidio, è più facile trovare gli stessi soggetti dichiarare candidamente che certo, l’uccisione di quella donna è stata sbagliata (chissà se però ha fatto qualcosa per provocarlo…) ma anche gli uomini vengono uccisi, anche gli uomini subiscono violenza. Che senso ha allora usare il termine “femminicidio”?

Non è raro leggere di chi addirittura definisce il termine stesso sessista perché “esclude gli uomini”. Chiamiamolo solo omicidio, oppure iniziamo a usare “maschicidio”, qualunque cosa voglia dire. Di solito segue uno scapestrato monologo che comprende temi quali il numero delle morti maschili sul lavoro, gli assegni di mantenimento e le cause di separazione, la fantomatica misandria che li afflige e l’immancabile “nazifemminismo”. Il tutto all’interno di un clima di negazione sistematica di quelle che sono le radici e cause culturali alla base di fenomeni come il femminicidio. 

Insomma, l’importante è silenziare le donne. A loro non interessa cambiare nulla. Vogliono solo che le donne stiano zitte e che la smettano di farneticare di privilegi maschili e iniquità. “Anche gli uomini”. Siamo pari allora, vedi? Smetti di parlare.

I femminicidi sono solo la punta dell’iceberg. La violenza più palese e cruenta è l’apice estremo di un’intera cultura così radicata e normalizzata da essere invisibile. L’oppressione delle donne è formata da una costellazione di piccoli e grandi tasselli, ma provengono tutti dalla stessa fonte, hanno le stesse radici. L’oppressione estetica e l’auto-oggettificazione sono tra questi e non sono neanche così piccoli e ininfluenti come l’utente medio di Twitter vorrebbe far passare. 

L’esperienza femminile si fonda su una quotidiana serie di discriminazioni, puntualmente ignorate o sminuite. Il numero di ostacoli da affrontare non è lo stesso per tutte le donne, l’oppressione femminile assume forme e pesi diversi ma il femminismo in cui credo li considera tutti. È necessario analizzare e discutere di ognuno di quei tasselli, anche di quelli che sembrano così apparentemente futili rispetto alla punta della piramide. È facile ritenere futile e superflua una discussione su qualcosa che non ti tocca o che va a tuo beneficio.

Quali sono le battaglie davvero importanti? Ciò che noto è solo una gran voglia di silenziare un movimento di cambiamento sociale. 

Negare il privilegio maschile e opporre resistenza alla liberazione femminile per paura di perdere il suddetto, non fa altro che confermare la sua esistenza. Quando vengono usati termini come “oppressione, abuso, discriminazione contro gli uomini” oppure “polemica inutile, insensata” per descrivere azioni volte a combattere il sessismo e la misoginia, così palesi e così invisibili allo stesso tempo nella nostra cultura, provo tanta rabbia ma non sono sorpresa. D’altronde il “non è vero, siete pazze, volete distruggere gli uomini!” è sempre stata un’arma molto popolare per silenziare le voci di coloro a cui una vita basata su piccole e grandi ingiustizie quotidiane proprio non andava bene. Meccanismi del genere si possono riscontrare anche negli attacchi ad altri movimenti di giustizia sociale, pensiamo a campagne come quella di “All Lives Matter”: è un infimo strumento di silenzio imposto e resistenza all’attivismo anti-razzista. 

Si può tentare di silenziare il movimento femminista con gradi dichiarazioni dirette e piene di spudorata misoginia oppure si possono abbassare i toni e si possono supportare le stesse strambe tesi fuori dal mondo, riempiendosi la bocca di “anti-sessismo, non femminismo” e altri termini che ai più sembrano tanto innocui e neutrali ma cancellano di fatto il peso dell’esperienza femminile e delle voci discriminate delle donne. Il risultato è lo stesso e la seconda strada sta diventando sempre più gettonata. 

Le donne devono avere il diritto di centrarsi nel proprio movimento di liberazione. Lasciateci spazio, non cercate di toglierci il megafono. 

È cosi fastidioso sentire parlare “continuamente” di oppressione? Immagina doverla vivere. 

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