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Lo stretto legame tra oggettivazione femminile e violenza sulle donne.

Il fenomeno dell’oggettificazione rende, appunto, l’individuo solo un oggetto. Ciò di cui si occupa principalmente la critica femminista è la riduzione delle donne a mero oggetto sessuale. L’oggettificazione sessuale si verifica quando, invece di considerare una persona nella sua completezza, ci si concentra sul suo corpo, o su parti di esso. Le donne non vengono viste nella loro piena umanità ma considerate strumenti del piacere e del desiderio maschile. E quando sono oggettivate, le donne tendono a interiorizzare la prospettiva dell’osservatore e a trattare sé stesse come oggetti da valutare sulla base dell’aspetto fisico, continuando ad alimentare un sistema oppressivo e misogino.

Secondo Martha Nussbaum, il concetto di oggettivazione comprende sette dimensioni:

1. Strumentalità: l’oggetto è uno strumento per gli scopi altrui;

2. Negazione dell’autonomia: l’oggetto è un’entità priva di autonomia e autodeterminazione;

3. Inerzia: l’oggetto è un’entità priva della capacità di agire e di essere attivo;

4. Fungibilità: l’oggetto è interscambiabile con altri oggetti della stessa categoria;

5. Violabilità: l’oggetto è un’entità priva di confini che ne tutelino l’integrità. È possibile farlo a pezzi;

6. Proprietà: l’oggetto appartiene a qualcuno;

7. Negazione della soggettività: l’oggetto è un’entità le cui esperienze e i cui sentimenti sono trascurabili.

Riuscite facilmente a immaginare una donna vittima di tutte le precedenti dimensioni? Secondo me sono una perfetta sintesi dell’immagine di donna che va per la maggiore.

L’esposizione costante a modelli femminili oggettificati distorce la percezione maschile nei confronti delle donne. La loro natura viene percepita sempre più come strumentale, un mezzo di soddisfazione di un bisogno che può essere sessuale o meramente esecutivo, basti pensare al lavoro di cura domestica affibbiato in toto alle “donne di casa”, ma anche emotivo, non è raro vedere una donna (moglie, fidanzata o madre) essere usata come cuscinetto di sfogo, pensate anche solo a quanto gli uomini si infuriano se addirittura una sconosciuta su internet non gli da le giuste attenzioni in chat, gli uomini pretendono di essere sempre al centro, essere ignorati da una donna è insostenibile, non esistono per questo, per servire un sistema androcentrico? 

L’esposizione a contenuti oggettificanti induce inoltre gli uomini a non riconoscere il contributo delle donne allo sviluppo della società e a non riuscire a considerale valide come gli uomini in ruoli di prestigio e responsabilità. 

L’ambito dove l’oggettificazione assume la sua forma più brutale è ovviamente la pornografia. Anche se criticare l’industria del porno è molto poco glamour e se ci provi quantomeno ti arriveranno valanghe di “sei bigotta, sessuofobica, suora!”, ne parlo comunque.

<<Il pensiero femminista ha sottolineato la pericolosità insita nella presentazione della deumanizzazione pornografica come atto legittimo e divertente (Romito). Guardare immagini pornografiche sessualizza l’immagine femminile; l’effetto permane poi al di fuori dello specifico contesto e informa atteggiamenti e comportamenti quotidiani. Lo hanno mostrato Frable, Johnson e Kellman in una ricerca nella quale dei ragazzi, fruitori abituali di immagini pornografiche, associavano spontaneamente più termini sessuali per descrivere il costrutto «donne», rispetto ai loro compagni, scarsi o nulli fruitori di tali immagini. I due gruppi non differivano, invece, nella descrizione del costrutto «uomini». L’esposizione a pornografia violenta altera percezioni e comportamenti, riduce la sensibilità alla sofferenza altrui, aumenta l’accettazione di pratiche degradanti ed è correlata alla credenza che lo stupro non comporti conseguenze negative per le vittime (Malamuth, Addison e Koss). Studi sperimentali hanno, inoltre, mostrato che il consumo di materiale pornografico porta gli uomini a giudicare meno attraenti le loro partner, a essere meno soddisfatti delle prestazioni sessuali di queste ultime. >> (Volpato)

Accanto alla pornografia tradizionale, troviamo poi tantissimi materiali sessualmente oggettificanti ma meno espliciti, visibili anche in televisione (il che rende tutto più normale e legittimo), gonne corte che lasciano intravedere le mutande, accavallamenti di gambe a rallentatore, capezzoli che si scorgono, diventano “ossessione pubblica e condivisa” come la chiama Lorella Zanardo.

Le donne non sono persone come me, uomo. Sono utili oggetti sessuali. E la società me li iniziare a presentare come tali da molto giovane. Insomma, le donne divengono sempre un po’ più oggetti e un po’ meno persone. Stiamo parlando di deumanizzazione.

Come ci spiega Chiara Volpato nel suo libro “Deumanizzazione: Come si legittima la violenza”, la deumanizzazione comporta la negazione dell’identità della vittima, che viene percepita come se non fosse più una persona, dotata quindi di storia personale, sentimenti, amor proprio, cultura e diritti. È una situazione pericolosa, come hanno dimostrato anche alcuni studi realizzati già negli anni Settanta, dal momento che è il presupposto per emarginazione e violenze. Da tali studi è emerso chiaramente come, una volta attuato tale meccanismo, verso queste persone o gruppi possono essere attuati comportamenti che sarebbero in contraddizione con i principi morali del gruppo dominante. «è il cosiddetto “costrutto del disimpegno morale”, che consente ad alcuni individui di compiere azioni contrarie alle loro norme etiche». «I comportamenti negativi e violenti vengono giustificati mediante l’impiego di eufemismi che ribadiscono la superiorità morale del gruppo di appartenenza. O in altri casi la responsabilità delle azioni viene semplicemente attribuita a figure autoritarie, come capi e comandanti. Un’altra strategia è quella di distorcere o minimizzare le conseguenze degli atti compiuti, oppure addirittura di attribuire la colpa delle azioni alle vittime stesse». 

Gli uomini sono influenzati dai mass media e da una cultura iper-sessualizzata che mostra le donne come corpi belli e disponibili, il rischio di provare meno empatia verso vittime di molestie e violenza è reale, poiché viene attribuita loro meno capacità di provare gioia, dolore e sentimenti. A questo proposito, Hipp e colleghe hanno riscontrato come un responsabile di aggressioni sessuali su cinque giustifichi la propria violenza con commenti che oggettivano e “depersonalizzano” la vittima (“[le persone] le ho usate come sex toys” – “Non era più una persona, solo uno strumento per uno scopo). Allo stesso tempo, se la vittima di una violenza viene presentata come una donna che veste in modo provocante o si auto-oggettivizza, viene giudicata come più colpevole, i suoi aggressori sono meno percepiti come “carnefici”, e le persone sono meno propense a fornire aiuto e soccorso. Ciò suggerisce che una donna percepita come oggetto sessuale non solo è a rischio di molestia, ma anche di essere colpevolizzata. 

“Com’era vestita? L’ha provocato?” sono commenti estramamente comuni che continuano a spuntare ogni volta che si parla del nuovo triste caso di violenza sessuale.

Basta pensare alla mostra “What were you wearing?” in cui vittime di abusi sessuali esibiscono i vestiti che stavano indossando durante l’evento (per esempio, pigiami, jeans e t-shirts), mostra chiaramente come l’abbigliamento non possa essere considerato mai la causa della violenza sessuale.

Se le donne vengono dipinte come oggetti muti, belli, utili, perennemente disponibili al sesso, all’ascolto e quant’altro allora i tassi di violenza non scenderanno, gli uomini vedono le donne come merce in serie e si sentono legittimati a farci quello che vogliono perché l’abuso su una merce non è davvero abuso.

IG: @ch_woods

Twitter: @ChiaraSuriani

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