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Sessualità, porno e modelli opprimenti.

Nella mia esperienza personale, che so essere molto simile ad altre femministe con cui ho modo di confrontarmi, chi ha una posizione critica verso l’industria del porno e la relativa immagine femminile promossa è considerata bigotta, sessuofobica, sessualmente repressa e simili da praticamente tutti. Sei bigotta per chi il femminismo non l’hai mai incontrato o ha un’idea fantasiosa su cosa sia e sei bigotta per altre frange di femminismo. Insomma, se esprimi giudizi negativi verso il porno, devi essere tristemente preparata ad essere incasellata in una narrazione che non è la tua, costruita su stereotipi e falsi miti. Io non sono bigotta o sessualmente repressa, né tantomeno guidata da principi religiosi o legati al pudore. Non mi scandalizzo davanti ad un porno medio. Non la considero una trasgressione ma non lo considero neanche progressismo.

Chi critica il modo in cui il porno dipinge le donne è una moralista, si sa. Ma è davvero così?

La pornografia è ovviamente criticata anche dai movimenti religiosi, principalmente cattolici in Italia. Mi chiedo, però, come si possa pensare che i contenuti della critica e i suoi obiettivi siano gli stessi tra due schieramenti ideologicamente incompatibili. Non mi capacito di come si possa arrivare alla conclusione che i movimenti femministi abolizionisti critichino il porno per lo stesso motivo di Adinolfi, il quale non esita a sfruttare ogni occasione per minare i diritti delle donne.

Sono d’accordo sul fatto che esista una quota di femministe, principalmente oltre i 50 anni, ancora influenzate dalla cultura cattolica, così radicata in Italia. Penso anche che la portata e il ruolo culturale del porno siano cambiati parecchio e molto velocemente già solo nell’ultimo decennio e la visione che ne ha una donna di 20 anni non può che essere differente. 

Solo nell’ultima settimana mi sono arrivati un paio di messaggi (al solito, da mittente ignoto) che inneggiavano al mio essere sessualmente frenata, incapace, repressa, inibita. Sostanzialmente sbagliata e noiosa. Tutto ciò, senza sapere niente di me e della mia vita privata. Per insultare la vita sessuale di qualcuno (cosa comunque più che evitabile) la cosa di vitale importanza da sapere è la sua posizione sul porno. Quest’ultima non deve neanche essere articolata, basta un sì o un no. Se sei nel secondo schieramento allora la tua sessualità non sarà conforme a quella considerata giusta, ne consegue che sarai necessariamente inattiva, impacciata e inesperta. Oppure come amano dire i sostenitori di queste teorie, “scopi solo a missionario eheh”.

Il modello della donna pura e dalla sessualità negata è un modello opprimente ma non è l’unico. Un nuovo modello di sessualità dominante è quella preconfezionata appena uscita da un video qualunque di Po*nHub. Il sesso considerato “giusto, vero, bello” ruota intorno alla sottomissione delle ragazze, alle quali si chiede essenzialmente di essere oggetti sessuali passivi, di accettare col sorriso gesti degradanti. 

La natura intrinseca di un modello del genere induce a un sesso di tipo performativo, dove le donne sono oggetti di intrattenimento per gli uomini e agiscono di conseguenza, il piacere maschile è il focus della situazione e la relazione che si instaura non è paritaria. Il piacere del sesso viene allora principalmente assimilato al desiderio di essere desiderata, di ricevere approvazione e di sentirsi sostanzialmente dalla parte giusta. Quella delle ragazze desiderabili, ideali, che fanno sesso senza mai dire di no a nulla, come se porre dei paletti nel sesso ti rendesse automaticamente noiosa e bigotta. Mi chiedo: attenersi a una specie di copione del sesso adatto e percepito come migliore, non è una grandissima limitazione? 

In uno studio della Dottoressa Bridge (University of Arkansas, Fayetteville, USA), pubblicato dalla rivista Violence Against Women, è risultato che in 304 scene di video pornografici analizzate, l’88,2% conteneva aggressioni fisiche, mentre il 48,7% delle scene aggressioni verbali.*

Se le ragazze pensano che schiaffi, capelli tirati, lividi, aggressività fisica, sesso anale, “choking” etc siano elementi non opzionali ma imprescindibili e praticamente obbligatori nel sesso e il cui rifiuto equivale ad essere considerata poco sensuale, disinibita, attraente, desiderabile e dunque validata, abbiamo un problema. 

È palese come questa tendenza faccia passare le esigenze delle donne in ultimo piano. Sono le donne su cui pesa l’obbligo di destreggiarsi tra le pressioni a performare uno specifico tipo di sessualità e i propri desideri autentici. Come si fa a trovare la propria dimensione sessuale se ti vedi sminuita e insultata se non ti conformi alla sessualità dominante? Le pressioni in questo senso sono tutt’altro che leggere. Arrivano da più fronti, a iniziare proprio dal/dai partner sessuali. 

Dinamiche del genere, ahimè, non sono certo nuove. In un’intervista presente nel documentario “Vogliamo anche le rose” (2007) della regista italiana Alina Marazzi, si può ascoltare: “

“…la liberazione sessuale. Che non è quello che fanno i compagni, mi sono trovata vicino al suicidio per discorsi del tipo ‘Devi essere vergine, devi fare la madre’ e tutte queste cose, che non è vero che nel 1976 non te le senti dire queste cose perché te le senti dire; poi entri nei gruppi della sinistra rivoluzionaria e ti senti dire che la rivoluzione sessuale è questa: ‘Tu sei donna, apri la figa e scopa’ perché se no sei repressa, sei inibita, non sei rivoluzionaria, non credi nella lotta di classe e sei frigida. Devi approfondire i tuoi concetti di libertà sessuale perché sei una piccola borghese se non la dai via a tutti i compagni”.

La sessualità apparentemente rivoluzionaria e progressista non è un fenomeno nuovo, ha solo cambiato forma e portata. Il porno è sicuramente un mezzo estremamente potente di veicolazione e normalizzazione di tali dinamiche. Allora come adesso, l’abitudine popolare è silenziare e ridicolizzare chi dice che di rivoluzionario qui c’è ben poco.

Le giovani donne stanno crescendo in una cultura che le socializza come subordinate, ma i modi in cui tale subordinazione viene interiorizzata sono, per alcuni campi, molto diversi rispetto a qualche decennio fa. Uno di questi campi è sicuramente la sessualità. In “The Brain That Changes Itself”, lo psichiatra Norman Doidge riassume la ricerca sugli aspetti neurobiologici dello sviluppo sessuale. Scrive: “La libido umana non è un impulso biologico invariabile, ma può essere curiosamente instabile, facilmente alterabile dalla nostra psicologia e dalla storia dei nostri incontri sessuali”, e prosegue concludendo: “Il gusto sessuale è ovviamente influenzato dalla cultura e dall’esperienza e viene spesso acquisito e quindi collegato al cervello”.

Questo vuol dire che ogni azione sessuale che si riconduce al suddetto modello è sbagliata, non auspicabile e intrinsecamente patriarcale? No, non necessariamente. Tuttavia, è palese come, soprattutto per le ragazze più giovani e che si apprestano per la prima volta alla sessualità, possa rappresentare un grande condizionamento.

Quando qualcuna si espone con idee simili, la controparte si appresta a dire che le donne devono essere libere di fare quello che vogliono e se questo è il sesso che preferiscono, io non devo giudicare. Difatti, io non sto giudicando, non mi sto indignando o gridando allo scandalo. Né tanto meno negando libertà. Sto dicendo che esistono influenze e pressioni culturali anche in questo senso. Perché anche solo affermare una cosa del genere è troppo? Non sto accusando nessuno di soffrirne. Sto dicendo di non dare sempre e puntualmente per scontato che la cultura che idolatra la donna passiva ma sensuale in cui abbiamo vissuto finora non ci abbia toccato per nulla, non abbia avuto effetto alcuno sulla nostra vita e le nostre abitudini. 

Io ci sono passata in prima persona e qualche anno fa non avrei mai e poi mai detto che alcuni fattori della mia sessualità fossero socialmente condizionati. Non stavo mentendo, non ne ero semplicemente cosciente perché certi meccanismi possono essere normalizzati a tal punto da essere difficilmente individuabili senza la messa in discussione della propria persona, delle proprie abitudini e idee.

È un campo spigoloso, decisamente complesso. Perché chiudere ogni discussione con il bollino dell’onnipresente implicita libera scelta? Così facendo, si nega l’esistenza in campo sessuale dei meccanismi di ricerca di validazione maschile, di auto-oggettificazione, degli standard estetici e quant’altro.

Neghiamo tutto, diamo per scontata e indiscutibile la totale emancipazione sessuale delle donne e facciamo rimanere tutto così com’è? O diciamo che l’unico modello che ci sta stretto è quello della donna santa e pura, d’altronde fidanzati e partner che fanno sentire inadeguate le ragazze per non essere abbastanza “disinibite” a letto non sono diffusi, no? 

La cultura del sesso dall’estetica e dai contenuti pornografici è presentata come il sesso giusto e bello. Secondo voi ciò non ha alcun ruolo nello sviluppo della sessualità di donne e uomini? 

Per quanto sia una sfera privata e personalissima della persona, anche questa è influenzata dalle dinamiche sociali. Se facessimo pace con il fatto che la nostra vita non è staccata e incondizionata dalla cultura in cui è immersa, sarebbe decisamente più facile abbattere tutti quei muri invisibili che ci incasellano ed arrivare ad una situazione di effettiva libera scelta di comporre e costruire la nostra sessualità soggettiva, qualunque essa sia.

Instagram: ch_woods

Twitter: ChiaraSuriani

*Fonte: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/20980228/

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